La grande bellezza

Bravi tutti, bravi davvero.

Curvaioli, integralisti e puristi dell’ortodossia del credo calcistico che occupate illegittimamente spazi adibiti alla sacralità del rituale della domenica. Sbagliando si impara, peccato si debba riconoscere che esista una dimensione, quella delle regole, che sopravvive e che gode di preminenza rispetto all’interesse individuale, per tutelare un valore ritenuto superiore alla dimensione dell’io: il bene comune. Quello che riguarda la comunità. Quando un manipolo di facinorosi, pervasi da una esalazione ispirata da tutto fuorché dallo spirito agonistico, si impadronisce di spazi privati o, peggio, comuni per imporre il suo codice si inscena una guerriglia urbana negli stadi che oltre a essere materia per sociologi appende la democrazia al chiodo dell’ignoranza.

In un Paese sotto scacco, presunti esponenti di gruppi altrettanto presunti di tifoseria organizzata si appellano alla tradizione. Per frasi di un coro becero, razzisti, incivile non c’è solo un problema sociale. Non c’è solo una questione di sicurezza. C’è un tema culturale che come disaggrega alcuni di questi soggetti, li riunisce nell’omologazione di urlare insulti a una città e ai suoi abitanti. Assenti.

La Uefa ha scelto la linea dura perché non si risolve in autonomia la cosa? Ovvio, quando dobbiamo misurarci con gruppi fondati sul sentimento unico del nemico, sull’ostilità e sulla difficoltà di argomentare su un piano consono per ripiegare su quell’identità di luoghi comuni dispregiativi e qualunquisti sintomatico di un vuoto culturale che fomenta il disprezzo nei riguardi delle norme, della legge, di quanto è tutelato come bene comune. Anche, davvero, ci illudessimo fossero appena una ventina di elementi a costringere il giudice sportivo, Gianpaolo Tosel, a chiudere le curve dell’Olimpico o del Meazza o ancora e ancora altri impianti come dovremmo interpretare quelli che costringono presidenti o dirigenti a vivere scortati? Come l’assalto a uno juventino perché estraneo, diverso, il nemico, appunto?

Come il rivangare una storia di miseria di appena 40 anni fa come l’epidemia di colera che colpì Napoli? Insultare e minacciare giocatori sui pullman, a casa, al campo di allenamento è il riflesso di una parte del paese affetta da un male fatto di arroganza, strafottenza e promiscuità. Tralascio volutamente i riferimenti politici, che esistono e che sopravvivono a noi e alle nostre parole e di cui si è occupata in passato la magistratura. E a cui la politica non ha saputo dare risposte ferme.

E’ la stampa, è la bruttezza, è la bellezza, la grande bellezza.

Ma bravi tutti, bravi davvero.

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