Asfalto Renzi

Piove. Senti come viene giù. Stavolta la colonna sonora non è Jovanotti. Dicono si sia sentito Happy days al suo passaggio allo stand dei Giovani Democratici, dicono. A Sesto San Giovanni (Milano, Italia) scende senza interruzione dal mattino di una domenica di metà settembre, la metà esatta di settembre. I tavoli all’esterno sono stati coperti. I più previdenti li hanno spostato all’interno in previsione dell’arrivo di Matteo. Mentre i renziani si anticipano nel marasma della Milano industriale tra gli stabilimenti di quella città d’acciaio e ciminiere che non si interrompe e costituisce un continuum di capannoni con Sesto.

Alle 16, nella sala in cui è stato spostato l’incontro, le groupies si sono mobilitate perché Matteo non avverta la solitudine dei numeri primi. T-shirt identificative, con la fermata Renzi indicata per fornire indicazioni unilaterali, ortodossi e integralisti della Festa dell’Unità formato 2.0 e dissidenti. Ex radical chic pentiti. Nativi digitali appassionati più alla condivisione di contenuti che agli stessi punti dell’agenda politica. “Stefano, ti presento la mia amica di Facebook, quella del gruppo. Vado con lei fuori, a vedere un po’ come gira”. E’ la seconda opportunità della politica social che offre identità rafforzate, unioni utili e sentimentali per cui offrire un posto a sedere, una maglietta di ‘Adesso’ e l’opportunità di costruire un presente più che un futuro.

Ore 16:45. “Scusi, questo posto è libero?”. “No guardi, l’ho occupato per mio zio. Arriva a minuti”.

La borghesia a sinistra, quella che è stata vicina a Berlinguer e poi a Occhetto, si è scoperta prodiana per trasformarsi in Veltroni addicted con citazioni kennedyane recitate a memoria e siede lì, con la coscienza del degrado derivante dal posizionarsi non solo dalla parte del torto, ma da quella di chi non ha saputo schivare la tentazione della divisione interna e di far saltare la macchina.

“Mio figlio sì, me lo ha detto che Matteo è stato ostacolato dal suo stesso partito, da quelli che erano i suoi compagni”. Basta origliare, delle volte, per ascoltare la verità di chi sostiene di aver compreso il dolore del giovane Renzi da osservatore interno, da quello squisito punto di osservazione che ti insegnano ad adottare durante la Scuola di giornalismo per non scivolare nella tentazione di abbandonare la giusta distanza dai fatti, per diventare partigiano dell’informazione.

Ore 17:30 “Senti, è libero quel posto?”, “No, è occupato. Mio zio sta arrivando”.

Pierfrancesco Maran (assessore alla mobilità del Comune di Milano) arriva in auto, da solo. Parcheggia a poca distanza dall’ingresso e si posiziona all’interno della struttura del Carroponte tra Scalfarotto e gli altri (Gori, tanto per fare un altro nome) con largo anticipo. E’ lì già lì due ore prima dell’arrivo di Matteo. Primo tra gli ultimi. D’altronde il sindaco Giuliano Pisapia si è scoperto renziano (ma a Matteo essere sopraffatto dalla corrente non piace) con l’abolizione dell’Imu e altre catastrofi connesse al taglio per le amministrazioni locali con effetti devastanti sulle casse della città in profondo rosso.

Compaiono sedie Ikea. Si negozia. “Signora, io l’ho portata da casa per lei, la mia amica. Le spiace se le siedo vicino. Scalate tutti di un posto e mi metto lì, accanto alla mia amica?”. La militante offre massima disponibilità, mentre il suo compagno continua a scrivere su Whatsapp scardinando i massimi principi di teorie dell’apprendimento digitale negli over 40.

Ore 17:47 “Posso sedermi, per favore”, “Sì, signora. Tanto mio zio ha detto che non passa”.

La platea di Matteo è digitale, nella misura in cui il mondo possa chiudersi in una fotina, in un video, in un modello comunicativo che lo smartphone o un tablet possa supportare. La sua entrata è trionfale: apre di ali di folla, equamente distanziate grazie all’organizzazione, ai volontari e alle telecamere. Il tripudio di mediazioni linguistiche dei supporti contemoranei è impressionanti: la conoscenza passa attraverso il mezzo che interpreta Renzi per le sue groupies, gli scettici, i militanti, i fan, i dissidenti, i delusi.

Una sciura (vera) allunga una lettera al sindaco di Firenze, lo placca esternandogli la motivazione profonda del suo gesto. Continuano a dialogare quando Renzi è ormai già sul palco, accanto a Beppe Severgnini, inviato del Corrierone di cui pare avesse fatto il nome per la lista degli esponenti della società civile da candidare tra le fila del Pd. Nulla di fatto, allora. La sciura non placa il suo fervore: è una pasionaria che non cede il passo alla pressione del popolo renziano che renziano non lo è del tutto. La base è frammentata, quasi ondivaga. Ma non dimentica la cena ad Arcore di Renzi alla corte di Silvio Berlusconi.

La scia lasciata da Renzi abbonda di personalizzazioni: i presenti si sono addomesticati perché almeno una immagine rimanesse nel loro smartphone per sigillare un post sull’io c’ero in questa piovosa giornata milanese in cui il richiamo alla necessità della legge elettorale diventa un mantra neanche troppo originale. La differenza tra Renzi e gli altri, l’apparato, sta nel linguaggio. In quel dialogo in cui Matteo a tratti guascone,  a tratti piacione si ritrovano quei caratteri che hanno reso Silvio Berlusconi il miglior comunicatore di se stesso prima e durante le campagne elettorali. Il fondatore di Forza Italia già nel 1994 aveva costituito materia di studio da parte di politologi, sociologi e addetti ai lavori per il suo modello partito con una leadership personalizzata e un carisma personale che si estende alla struttura del partito. Un rischio che corre Renzi e di cui i suoi sono consapevoli, quando si registrano le quantità di inni, slogan e magliettine delle militanti che assumono il loro ruolo come una nuova identità sociale. La personalizzazione eccessiva fa scivolare via i contenuti, è un pericolo tangibile qui tra i fedeli e all’interno del partito in vista del Congresso.

“Mi hai taggata tu in questa foto? Mi sembri tu, qui, nella foto. E poi la prospettiva è identica a quella che hai tu”.

“No, guardi”.

Pausa.

“Non sei iscritta al gruppo su Facebook?”

Alle legge elettorale, segue il titolo che comparirà in tempo reale sulle testate giornalistiche che hanno schierato telecamere, inviati, fotografi per non bucare neanche una mezza battuta del primo cittadino di Firenze, il quale ha imparato a incassare alle primarie. Da Bersani. Il verbo asfaltare scritto e ascoltato nella mediazione televisiva altera la sensazione epidermica che si prova lì, quando esplode l’euforia – irrefrenabile – dei presenti .

Se il Pd è diviso, come leggono i sondaggi, è spaccato in tifoserie.

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