Salvate il soldato Conte

Antonio Conte

Antonio Conte

La Storia siamo noi. Siamo noi con le misure, le quantificazioni e i parametri condivisi in una società massificata e postmoderna a concorrere a costruire l’immagine restituita dai canali di informazione quando si ricopre, of course, un ruolo pubblico. Ne è cosciente chiunque assuma una qualche visibilità che trasbordi dalla sfera privata, in strani giorni come quelli che attraversiamo e che non ammettono né la scusante (quasi folkoristica) dell’ingenuità, né la componente dell’impulsività magari con una telecamera a disposizione e un ufficio stampa appositamente incardinato nella struttura societaria. Sul caso Conte, valuterei più la premeditazione che l’estemporaneità dettata da retroscena che il partito dei divorzisti ha già liquidato con la sempre efficace (e plausibile) immagine dell’addio a fine stagione.

Se Antonio Conte è Antonio Conte, è anche per quella sua inclinazione alle risposte stizzite, alla permalosità, all’accumulo che si trasforma traducendosi nella mala educacion calcistica che non ammette saturazione, né abbreviazioni sulla linea retta che collega la partenza agli obiettivi. Perché vincere costituisce materia di affermazione di sé. E l’autocommiserazione non è roba da Juventus o da Conte, figuriamoci l’inconsapevolezza delle conseguenze che sarebbero scaturite dalla sequenza ininterrotta di giudizi sull’operato altrui.

Io, dallo sfogatoio a conferenza stampa ne sono infastidita, lo ammetto. Come ammetto di apprezzare sul versante tecnico Francesco Guidolin e Walter Mazzarri, maestri però nell’arte suddetta culturalmente distante dallo stile Juve rinvigorito dall’avvento di AA (Andrea Agnelli) alla guida della società.

Essere Conte ha coinciso con il compiacersi di una innegabile antipatia che si attirano i vincenti che senza alcuna remora spiattellano la loro superiorità e con una integrità di gestione di una controversa quanto complessa condanna per omessa denuncia nella fase di maggiore tangibilità dell’apoteosi del modello Juve plasmata dalla nuova triade.

Le dichiarazioni, attribuibili più a un allenatore spaurito che a un professionista reduce dall’aver infilato tre successi consecutivi in campionato più una sequenza non marginale di altri risultati, squarciano un silenzio strutturale apparentemente per aprire un tavolo sull’operato altrui, in materia di mercato e sulle scelte da cui il tecnico sembrerebbe estromesso.

La cessione di Alessandro Matri (acquistato dal Cagliari per 15 milioni) combinata con quella di Emanuele Giaccherini al Southampton hanno concorso a detonizzare un Conte furioso, c’è da interrogarsi (riflessione tecnico tattica) se il magnifico duo Tevez e Llorente è da considerarsi o è considerato dall’allenatore inferiore ai partenti. L’arrivo di Angelo Ogbonna, nazionale del Torino, il cui cartellino Urbano Cairo ha valutato 15 milioni di euro ha chiuso il capitolo centrale con un’ottimismo gonfiato dalla sindrome Giovinco più che dall’effettiva resa del difensore sul campo.

Non credo neanche che la Juventus o la sua guida tecnica, invece, risentano delle aspettative all’avvio di questa nuova stagione, annegarle nel paradosso di un contesto dialettico alquanto carente rischia di indurre a valutazioni che sanno più di convivio finalizzato a una amabile conversazione su italianistica e parenti prossimi che sulla reale posizione della squadra rispetto alle dirette avversarie per il campionato e, questione assai più spinosa in vista delle scadenze Champions. Anche la risposta sul Real Madrid è una di quelle che ha un germe pericoloso, incline più ad alleviare la pressione sul singolo seduto in panca che sui giocatori.

Se la questione è altra, in quella sacca dove confluiscono i non detto e la diatribe interne tra panchina e dirigenza, ovvero tra Conte e la premiata ditta Marotta-Paratici, il male trascende le diatribe che hanno preceduto rinnovo e il caso Marchisio. Ed è assai più grave, perché riguarda l’organicità del progetto di strutturare una società moderna che necessita di individualità in grado di gestire con fermezza anche l’allenatore. Anche uno come Conte.

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