Te lo dò io Beppe Grillo

L’apocalisse secondo Beppe Grillo coincide con il nuovo ordine mondiale di Gianroberto Casaleggio proiettato in un futuro avveniristico, una realtà di secondo livello poggiata su avatar sopravvissuti a guerre, meteoriti e altri orrori per rinascere in un sistema perfetto, più che perfettibile.

La complementarietà tra il Beppe e il guru della comunicazione Web, fautore di indubbi successi per alcuni trascurabili per altri materia di studio, si risolve in una elencazione elementare che corrisponde a un programma semplice, utile, che sta tutto nel taschino. Concordato, minuziosamente programmato, dispensato con cautela ai mezzi di informazione, dai tempi del V-day.

Il programma, ma sta tutta lì l’antipolitica? Sta tutta lì, l’antipolitica. Facile, facile.

Per quell’Italia che necessita di essere guidata nel marasma del Porcellum, nell’inconsapevolezza della portata storica e della violenza recondita che si annida nel rievocare la fuga da Saigon, nelle parole su CasaPound, nella vicenda Salsa (o Fava, fa lo stesso) o la cacciata di un operatore del Tg3 – sgradevole più dell’accusa di falsa informazione – con modi e tempi sintomatici di deficit democratico.

Sembrava un siparietto sostenuta dalla consueta potenza di Grillo. Il suo gruppo itinerante alle spalle, la traduzione simultanea nel linguaggio dei segni, la piazza gremita, il contesto aderente, cioè la Val di Susa. L’ex comico si è interrotto per allontanare dal palco un cameraman del Tg3: “Chi è questo?”, al ragazzo, e poi, rivolto al pubblico: “sono uno che sta riprendendo, ha detto”.

Risata isterica dell’operatore. “Lei è un cameraman, di che tv?”, continua Grillo, “Rai? Rai3?, ecco, allora è pregato gentilmente di uscire”. Via, come viene intimato ad Antonino Monteleone da Rosy Bindi e i suoi a Reggio Calabria. Via equivale a censura.

Altro elemento: il ruolo del pubblico, non pagante. Se suscita sdegno la platea berlusconiana che si finge divertita dalla sequenza ininterrotta di viene e si giri dell’ex presidente del Consiglio all’indirizzo della venditrice-imbonitrice, la piazza di grillini si rivela allo stesso modo trascinata, omologata nella contestazione del nemico che di volta in volta coincide con l’uno indicato da Grillo.

La televisione pubblica, il Palazzo, Berlusconi, Bersani, Monti. Ad ogni comizio, ad ogni piazza, il suo nemico. L’antagonista. I temi mutano, di città in città: l’Olivetti, MPS, il Sulcis, Telecom e così via, secondo una schema oleato, che procede con successo innescando il meccanismo del dubbio, anche in quanti hanno espresso un voto ideologico.

Peccato che a dare una letta al programma, poco si comprenda davvero relativamente a interventi in materia di politica fiscale e tassazione. O in tema di scudo fiscale o di come attuare la banda larga o su come favorire le produzioni locali nel quadro dei vincoli dell’Unione Europea o degli altri accordi vigenti. Rispondere che le risorse ci sono, che i soldi arrivano dai tagli agli sprechi non basta. Ma forse anche queste osservazioni logiche e banali si rivelano secondarie nel quadro della dissoluzione del sistema (una lettura lucida della situazione potete averla qui, la migliore in cui mi sia imbattuta).

Si dà voce, nel grillismo, all’insofferenza popolare, alla sofferenza giovanile, a un sentimento popolare per ricorrere a un’espressione del Maestro Battiato: quelle istanze che ha interpretato magistralmente l’ex comico nelle piazze siciliane e che hanno fruttato moltissimo, in quella terra splendida e deturpata conquistata con le bracciate per la traversata dello Stretto. E’ Grillo, bellezza. E conosce il linguaggio dei media, sottraendosi quando e come vuole e addomesticandoli all’occorrenza – quando manca la giusta distanza – rendendoli strumentali agli obiettivi prefissati.

Con il linguaggio della destrutturazione ha infuocato Piazza Duomo, a Milano. Una folla abnorme che ha acclamato il premio Nobel per la Letteratura Dario Fo, al quale chiederei che cosa ha di suo quel dire di Grillo su Saigon e poi su CasaPound, e che attendeva Adriano Celentano forse sedotta dalla suggestione che quel video pubblicato al mattino annunciasse l’apparizione di Joan Lui sul palco. Sarebbe stato un colpo di teatro senza eguali, in questa campagna elettorale giocata sulla linea gotica.

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