Conte-Marotta, quel pasticciaccio brutto di Juve-Genoa

SOCCER: SERIE A; JUVENTUS-GENOA

Il senso delle cose. Mi interrogo spesso sul significato da attribuire ai gesti, ai comportamenti. Sopratutto se da circoscrivere nel perimetro delle regole di cui si omettono volentieri i caratteri per piegarle, di volta in volta, agli interessi. Valutarle dalla giusta distanza mi spinge a soppesare con estrema puntualità, con dovizia quasi ossessiva – forse per eccesso di severità – la selezioni degli aggettivi, le pause, le espressioni.

Assistere alla reazione esagitata di Conte su quel mancato fischio da parte dell’arbitro Guida – sì, il direttore di gara originario di Torre Annunziata – o ascoltare le affermazioni allusive e dense di valutazioni geopolitiche pronunciate da Marotta dopo la conclusione di un apartita brutta, bruttissima sul fronte del gioco è svilente, mi spiace.

L’allenatore della Juventus, quella dell’Avvocato e del Dottore ma anche quella moggiana, si sarebbe lamentata come e quanto Conte e Marotta ma con modi e tempi diversi. Era lo stile Juve che in questo comportamento non riesco a individuare.

Né nella rivelazione contina del #nonmelasonosentita che il direttore di gara, Guida, ha rettificato a ripetizione con interventi espliciti e telefonici in diverse occasioni smentendo categoricamente la ricostruzione e di Conte e di quanti hanno riferito di un conflitto all’interno del gruppo di arbitri relativo all’assegnazione o meno di quel benedetto rigore che, è corretto rammentarlo – non era l’unico su cui si potrebbe recriminare in quell’incontro in cui le smagliature tra i reparti e gli sprechi da parte juventina sono assai più colpevoli degli errori arbitrali. Più della divergenza di opinioni sul fallo di mano in area di Granqvist tra Guida e Romeo, assistente di porta.

Conte ha detto cose bruttissime, sabato sera, Marotta forse ne ha pronunciate di peggiori. E i tifosi, per cui la società è stata condannata a pagare 50.000 euro, hanno sputato contro la terna arbitrale commettendo un atto offensivo e denigratorio, deprimente da un punto di visto civico e sociale. Il Giudice Sportivo, Gianpaolo Tosel, ha avuto la mano pesante – ho letto – perché ha inflitto due giornate di stop a Conte e Bonucci per le ingiurie pesanti rivolte al direttore di gara e al quarto uomo. Ha dato una giornata a Chiellini e ha inibito il dirigente fino al 18 febbraio.

Tutti giù a titolare sulla punizione esemplare inflitta da Tosel senza sottolineare la gravità delle affermazioni per il regolamento che c’è e che va rispettato, fino a prova contraria. Se così non è, scattano le sanzioni in un codice che è e rimane di fatto di autodisciplina dei tesserati.

Da qui la mole di materiale da pinderare, da elaborare. Preziosi che esterna le proprie aspettative sul trattamento da riservare a Conte. O anche Morgan De Sanctis che non si allinea al buon senso di Walter Mazzarri: “Vergogna”? Secondo me questa parola è più appropriata per le reazioni post-partita, non per l’operato di Guida. Credo che qualcuno debba farsi esami di coscienza. Se a questo punto del campionato la situazione è questa cosa potrà succedere più avanti? Penso che qualcuno debba intervenire”.

Incomprensibile, poi l’assimilazione a Mourinho e al suo rapporto con gli arbitri pronunciata da uno smemorato Massimo Moratti il quale ha sminuito il gesto manettaro all’indirizzo di un direttore di gara e il sottinteso in quell’incontro con la Sampdoria su cui si è costruita parte della mitologia mourinhiana. Per non parlare di quell’arbitro che voleva affrontare in un parcheggio o il giornalista allontanato malamente. Azione di distrazione di massa? Non è da escludere.

L’operetta tragica inscenata con questi toni allusivi e intimidatori – secondo il Giudice – dal duo Conte-Marotta dopo quel rigore sfumato che avrebbe risolto l’incontro e allontanato il principale antagonista dopo la cancellazione dei punti di squalifica gira su una regola.

Una regoletta facile, facile se chiedi a un arbitro di diversa categoria di spiegarti quali direttive vengono date al di là della casistica che contempla anche questo capitolo. Certo, il piano di gioco offre una prospettiva ingannevole complicata dalla velocità dell’azione, ma aggiungere a queste variabili ovvie la mutabilità interpretativa di questa regola  confonde, non complica.

Di rimanere in questo perimetro, smettendola di fingere la legittimità del trascenderle, pur conoscendo perfettamente le conseguenze delle proprie azioni o i rischi che quegli atti implicano. Prima dell’interpretazione, prima della volontarietà esiste quella norma da rispettare che stabilisce quando si fischia rigore e quando no. Se conta ancora discutere di questo, di un substrato comune che viene riconosciuto e rispettato da tutti o se il calcio è questione di Palazzo. E allora non contano neanche più quel braccio, il volume, il rimbalzo e le direttive a inizio stagione.

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