Árpád Weisz, una storia di calcio e campi di concentramento

Una storia comune, quella di Árpád Weisz. Se calata nell’Europa dell’antisemitismo istituzionalizzato.

Mentre la politica dei candidati si barcamena tra semplificazioni storiche, cavalcando all’occorrenza il sentimento popolare, nell’intimità delle famiglie dei superstiti il ricordo di quel vergognoso, incivile, inumano scempio dei forni crematori, delle camere a gas e altri orrori attuati nei campi di concentramento, non conosce futili motivi ma l’urgenza di preservare nel presente storie di individui attraverso la narrazione orale, le testimonianze, scritti di lessico famigliare.

Weisz, Veisz italianizzato secondo le leggi vigenti durante il ventennio, è un calciatore. Governa il pallone con rara maestria e saccenza e le sue qualità lo portano altrove da giocatore e da allenatore, poi. Forse, la sua parabola tocca l’apice seduto sulla panchina dell’Ambrosiana (Inter) a cui dedica intelligenza tattica e opportunità, senza tralasciare l’estetica.

Nell’Italia delle leggi razziali, il pigmalione di Giuseppe Meazza, il 34enne tecnico vincitore del campionato a girone unico, il prossimo autore del miracoloso Bologna viene marchiato per le sue origini ebraiche. La diaspora che lo interesserà non conosce alcuna interruzione, prosegue parallelamente nell’irrigidimento della politica di sterminio che progressivamente si estende a minoranze sociali di cui si fa menzione per mera casualità.

Via dall’Italia, insieme alla moglie Elena e ai figli Roberto e Clara. Parigi, poi l’Olanda. A Dordrecht, Weisz riesce anche ad allenare per qualche mese, prima di essere deportato e finire ad Auschwitz.

Una storia comune, una storia dimenticata. Della quale si conservano frammenti nella volontà dei bolognesi, nello sforzo di Gianni Mura, in un torneo, in un libro di Matteo Marani. Segnali di resistenza a un oblio inspiegabile.

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