Pallone criminale: quando Maradona rischiò di finire a Poggioreale

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Stracciato il santino di Maradona e di altri idoli pagani, che ne rimarrà del calcio? Una quantità abnorme di atti, documenti, fascicoli da smaltire, perché il pallone, quello criminale, muove procure e corpi specializzati delle forze dell’ordine. Produce ricavati derivanti perlopiù da attività illecite derivanti da una fitta rete di scommesse illegali, riciclaggio, vivai, appalti: un business in cui, fin dalla prima inchiesta sul Totonero, il ruolo svolto dalla criminalità organizzata era primario.

In Pallone criminale (Ponte alle Grazie, 348 pagine), inchiesta priva di spocchiose creazioni linguistiche o di personaggi fumettistici a uso e consumo di lettori sprovveduti firmata da Simone Di Meo e Gianluca Ferraris, ci viene restituita la figura di Dieguito come emblematica di uno spaccato in cui cocaina, camorra e calcio si confondevano pericolosamente. Da quella fotografia che possiede ormai dei tratti quasi mitologici in cui il Pibe de Oro è ritratto con Carmine Giuliano alla vicenda del Pallone d’Oro: questa era Napoli, la Napoli che il sindaco di Castellammare di Stabia ed ex pm antimafia, Luigi Bobbio, ha messo sotto inchiesta.

L’euforia, il proliferare di Diego Armando registrati all’anagrafe, la celebrazione di un riscatto simbolico nell’anno del secondo scudetto non avevano certo distolto l’ex magistrato dall’opera di accertamento di quei legami divenuti intrecci.

Dieguito ha rischiato di finire nel carcere di Poggioreale, poco prima di finire in manette a Buenos Aires. Una vicenda ricostruita da Bobbio in questa inchiesta: “Ero del parere che Maradona andasse arrestato, perché gli indizi a suo carico erano molti e i fatti erano obiettivamente gravi. Ne parlai con il procuratore dell’epoca e gli dissi che ero pronto a firmare la richiesta di custodia cautelare in carcere. Ma il procuratore non volle. Forse, la mia inchiesta era troppo in anticipo sui tempi”.

Nulla andò come avrebbe auspicato, così Maradona non finì a Poggioreale né in effetti patì le conseguenze di vita spericolata oltre ogni argine che Bobbio aveva intenzione di arginare in una città – cupa quanto eclettica – minacciata costantemente da quel male oscuro, sotto il medesimo cielo del vulcano.

Certo, le fonti di approvvigiamento del sottobosco criminale sono divenute assai più sofisticate rispetto all’epoca in cui si acclamava con cori da stadio insistenti al Pallone d’Oro argentino. E’ questione di metodo: scommesse clandestine, riciclaggio di denaro sporco in coperture, società di provincia e appalti, ripetiamo.

Materiale noto e materiale inedito si alternano in questa inchiesta giornalistica stilisticamente inappuntabile, senza quella retorica letteraria che se dosata con poca accuratezza confonde più che supportare. Una versione integrale senza alcun buonismo a condizionare la lettura dei fatti emersi ancora in divenire dall’attività delle procure di Cremona, Bari e Napoli.

Leggerete documenti che desteranno in alcuni il convincimento che la commistione tra il sistema calcio e la criminalità organizzata sia strutturale.

Vi figurerete una geografia delle categorie minori non più ingannevole, ma per come è fotografata nella realtà dei fatti, come questi club di provincia vantino legami indissolubili con clan locali sanciti da inchini o striscioni apparsi sugli spalti in ossequio a boss da 41 bis. Perché il calcio, non da ultimo il business delle scommesse come dimostravano già le inchieste degli anni ’80, porta affari, affari su affari. E introiti su introiti.

(da Virgilio Sport)

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