L’Inter di Cipriani: omissioni e ammissioni

Non ho alcuna velleità da maestrina dalla penna rossa. Eppure quanto ribadito nell’aula bunker di San Vittore ieri da Emanuele Cipriani nel controinterrogatorio aggiunge particolari rivelatori a cui avrei conferito titoli più gonfi, più battute. Non certo per juventitudine. La questione tira in ballo intersezioni affascinanti più per gli estimatori della grande finanza e dei suoi intrecci con gruppi industriali di primo piano.  Il tema sono i dossier illegali, come ha fatto Cipriani ribadendo Tavaroli – che continua a confermare il concetto a più riprese, piaccia o meno – e il triangolo Inter-Gea-Moggi con delicate variazioni sul tema, tipo il pedinamento di personaggi di spicco del calcio nostrano come il presidente della Reggina, Pasquale Lillo Foti. O l’arbitro Massimo De Santis.

 Dossier illegali di ottima fattura, confezionati dalla Polis d’Istinto, di cui l’ex responsabile della sicurezza di Telecom Italia e prima ancora Pirelli, si era avvalso per schedare, profilare, spiare personaggi che direttamente o indirettamente investivano gli interessi dei committenti: Massimo Moratti e Marco Tronchetti Provera e di cui era a conoscenza perché notizia condivisa anche Giacinto Facchetti.

Non essendo presente all’udienza di mercoledì mattina, ho appreso da Tuttosport il nuovo, interessante risvolto dell’attività di Cipriani emerso nel corso dell’interrogatorio effettuato dall’avvocato Paolo Gallinelli che mi ha indotto a interrogarmi sulle modalità di trattamento e qualità della notizia. Sulla cucina dei giornali. Sull’indipendenza in cui si opera nelle redazioni.

Quando Gallinelli ha chiesto a Cipriani come venissero trattati dossier di livello 1 da Tavaroli, Cipriani ha detto:

“I dossier di livello 1 venivano informatizzati da Tavaroli e il dossier “Operazione Ladroni” era un dossier di livello 1”.

Tradotto: il materiale relativo all’attività di dossieraggio più delicato veniva elaborato da tavaroli, il quale si occupava del processo di digitalizzazione su un pc che venne sequestrato al via dell’inchiesta Telecom. Un computer che finì nella caserma dei carabinieri di via Inselci dove operava anche Attilio Auricchio, divenuto suo malgrado attore protagonista nel processo di Napoli. L’Inter commissionava, Pirelli pagava. Un giochino per quel sistema di scatole che consentiva alla società di non comparire direttamente. Un lavoretto a cui la Polis d’Istinto ha contribuito per sei anni. Sei anni, perché Cipriani ha asserito che corso Vittorio Emanuele è stata

“assidua cliente della Polis d’Istinto dal 2000 al 2006, quando si interruppe il rapporto dopo lo scoppio dello scandalo Telecom”.

E ha specificato che le indagini sulla Gea, da cui era partita l’inchiesta illegale, aveva “come obiettivi i signori Moggi”. A me non pare cosa da poco.
P.S.: su Repubblica oggi simili affermazioni non trovano alcuno spazio. Meglio puntare su altro.

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