Bonucci ha ragione, non si può patteggiare



L’invidia è la religione dei mediocri. Dei falliti, dei meschini, dei bugiardi. Di calciatori dal futuro promettente, dotati di quel dono divino che induce un tecnico a riporre fiducia in ragazzini avvezzi a tirare calci a un pallone senza alcuna disciplina. Sta all’allenatore educarli alle regole. E fare di loro uomini, adulti dotati della capacità di discernere tra le ipocrisie della ribalta calcistica le poche cose autentiche. Che abbia visto quella luce in Andrea Masiello, Fabio Capello tanto da introdurlo alla critica come il Thuram bianco, più che richiamare all’apologia dei cattivi maestri tratteggia un’umanità quasi sconosciuta nella ruvidità carsica di quest’uomo, capace di discorrere in una lingua antica e chiusa. 


La storia che lega Leonardo Bonucci a Andrea Masiello intreccia il talento all’ambizione, nella sua accezione biblica ovvero all’attenzione spasmodica, perversa al fine ultimo e alla sua dispersione. Per invidia, ha asserito Bonucci. Difensore della Juventus (società che lo ha prelevato da quel Bari che è all’origine delle sue vicissitudini giudiziarie), titolare nella Nazionale al fianco di Chiellini, eroe di questi Europei senz’anima lamenta l’alimentarsi di questo subdolo sentimento la tensione di Masiello nell’imputargli un ruolo attivo in quell’infamante complottismo per alterare i risultati di quella partita indicata negli atti della procura di Bari e trasmessi alla procura federale che li ha acquisiti.


L’invidia. Un movente personale che andrebbe assunto proporzioni elefantiache nell’immaginario del Thuram bianco, stretto nella morsa del calcioscommesse. Nel provvedimento del procuratore federale Stefano Palazzi, in base a quanto acquisito dalla procura guidata da Antonio Laudati e a quanto emerso dalle audizioni, la partita manomessa cioè Udinese-Bari del 9 maggio 2010 venne manipolata realizzando quello che gli esperti definiscono un over. A lavorare per questo risultato sarebbero stati Andrea e Salvatore Masiello, Nicola Belmonte, Alessandro Parisi e Bonucci. Pepe, deferito per omessa denuncia, avrebbe ricevuto una telefonata da Salvatore Masiello prima dell’incontro proponendogli di aggiustare il risultato in cambio di soldi. Il giocatore rifiutò, ma non denunciò il fatto. Questa la versione dell’accusa, smentita da Salvatore Masiello, convocato in merito il quale ha negato di aver telefonato a Pepe. Per Bonucci il reato è di illecito sportivo, violazione del codice di giustizia sportiva per cui è prevista una squalifica minima di tre anni e ammenda non inferiore a 50.000 euro. E’ Andrea Masiello, l’invidioso ad accusarlo.


Masiello è il principale collaboratore nell’ambito dell’inchiesta barese sul calcio malato, un intricato disegno che lega il mondo sotterraneo dell’illegalità pugliese, al mondo degli ultrà e  a quella internazionale su cui lavora una procura che vanta uno dei massimi esperti in materia di riciclaggio, a cui Palazzi è legato da un rapporto professionale di stima e collaborazione.


Il prediletto di Capello è un tesserato dell’Atalanta quanto esplode il bubbone, ma non può più sottrarsi e si consegna alla procura di Bari a cui affida la sua verità sugli anni baresi. Viene sentito dalla Procura di Bari in due interrogatori il 25/01/2012 ed il 24/02/2012. Nel primo per assecondare la richiesta di De Tullio, titolare di un’agenzia di scommesse, organizza una rete in cui pare avrebbe implicato anche Bonucci. Le accuse sarebbero state ripetute davanti ai magistrati di Cremona che avrebbero trasmesso il tutto però a Bari, per questioni di competenza. Tra De Tullio e Angelo Iacovelli, infermiere e uomo del Bari protagonista nelle indagini, non c’è perfetta coincidenza stando a quanto emerge.


Insomma, la versione di Andrea Masiello riguardo il ruolo di Bonucci lo vuole tra quanti avrebbero concordato l’alterazione della partita, circostanza che il giocatore non avrebbe confermato davanti ai magistrati baresi che hanno rinviato a giudizio con rito immediato Andrea Masiello e i suoi due amici, arrestati assieme al difensore, cioè Gianni Carella e Fabio Giacobbe associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Così, fino a questo momento.


Il deferimento di Bonucci, però con una certa sorpresa, è per illecito sportivo “per avere, prima della gara UDINESE-BARI del 9 maggio 2010, in concorso tra loro e con altri soggetti non tesserati ed altri allo stato non identificati, posto in essere atti diretti ad alterare lo svolgimento ed il risultato della gara suddetta, in funzione della realizzazione di un over con pareggio tra le due squadre;  con l’aggravante, per tutti, di cui al comma 6 dell’art. 7 del C.G.S., della effettiva alterazione dello svolgimento e del risultato finale della gara in questione, nonchè, per MASIELLO Andrea, PARISI Alessandro e BELMONTE Nicola, della pluralità di illeciti”. Eppure di testimonianze confuse e di smentite ce ne sarebbero state sul ruolo di Bonucci e Ranocchia

Tre anni di squalifica sono troppi, anche per un giocatore dell’età di Bonucci. E una simile infamia è un precedente che non brilla in un curriculum, che ne dica la storia del calcio nostrano così educato a convivere con questi precedenti in cui si intravedono – stando alla lettura delle ordinanze – attività illecite sporche, sudicie. Per cui, se davvero un margine di onestà e estraneità c’è davvero, allora vale la pena prendersi i rischi del processo, Leonardo.

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