Amanda Beard: nuoto, bulimia e lamette nella sua biografia





Te la vedi lì, bellissima mentre si muove nell’acqua armoniosa, contratta. Tanto quanto nelle pose plastiche, patinate e artificiali dei servizi di Sports Illustrated e Playboy che poco hanno a che spartire con Harold, il suo orsacchiotto piazzato ad Atlanta in ogni foto celebrative di quelle Olimpiadi dorate. Il suo libro non è la biografia che ti aspetti, ma un dramma ben scritto almeno nelle anticipazioni girate alla stampa. Perché Amanda Beard, la bella divenuta la sexy ranista o il conturbante ritratto di femminilità nei servizi da copertina ha convissuto con un dolore profondo, espresso nei disturbi alimentari, la bulimia, nelle droghe. Addirittura nell’autolesionismo.


In acqua non si possono vedere le lacrime è il titolo scelto per questa vita di trentenne splendida e realizzata, da invitare agli spettacoli di prima serata o da propinare per non concedersi in tempi di crisi il lusso di svegliarsi dal sogno americano dei fumetti, dei classici della letteratura e dallo star system più finto. Invece, Amanda era una adolescente fragile, sofferente per la separazione dei genitori che ha dedicato al nuoto la sua vita. Per essere la migliore. Essere amata e idolatrata.





Fingendo che ciò appagasse quel vuoto interiore. “Non sono mai stata completamente felice”, scrive Amanda che in carriera ha vinto di tutto tra cui sette medaglie olimpiche. Il dolore per la separazione dei genitori e il conforto trovato in acqua “dove non ero costretta a parlare con nessuno, ma solo a nuotare. Per anni l’acqua è stato il mio rifugio, poi è diventata la mia prigione”.

La voglia di primeggiare, di essere la migliore dentro e fuori la piscina. “Volevo essere non solo una grande nuotatrice, ma anche bella, magra, perfetta” scrive Amanda che ad Atene 2004 è stata eletta la più avvenente in quell’edizione dei Giochi.
“Tutti volevano essermi amici, pensavano che io fossi la loro perfezione. Mi sentii obbligata a non deluderli”. La fase peggiore rimane quella vissuta tra droghe, bulimia e, il peggio, coltello e rasoio su gambe e braccia.“Volevo sentire qualcosa. Ma tenevo tutto segreto. Se avessero saputo chi ero davvero, non mi avrebbero più amato”. Allora, credeva si potesse tener chiuso il dolore. Quello che, per dirsi in via di elaborazione, ha avvertito la necessità di descrivere.


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