Vigor Bovolenta, una morte assurda su cui interrogarci



“Mi gira la testa, aiutatemi perché cado”. In campo, ieri sera, Vigor Bovolenta ha pronunciato questa manciata di parole prima di cadere colto da un malore di natura cardiocircolatoria. Un attacco cardiaco, un infarto. L’autopsia che verrà effettuata nella giornata di domani all’ospedale di Macerata dovrebbe confermare – purtroppo – la causa della morte di un ragazzo di 37 anni, uno dei pallavolisti di una generazione di fenomeni che avevano raccolti solo vittorie, successi, traguardi.


In 21 anni di carriera ai massimi livelli di controlli medici Vigor ne ha affrontati in un numero esorbitante rispetto alla media nel rispetto dei protocolli imposti per atleti come Bovolenta che ha giocato prima di approdare a Forlì in società di prima fascia come Ravenna, Ferrara, Roma, Modena, Piacenza e Perugia. 


Con una famiglia e quattro figli – i gemelli di un anno appena – aveva deciso di chiudere con Forlì per stare accanto alla moglie, Federica Lisi anche lei ex nazionale, e ripartire da una società con aveva già l’intesa per il poi. Il mercoledì era sempre a riposo perché già si dedicava all’attività di marketing che sarebbe stato il suo incarico.


L’ha tradito il cuore. E quell’immagine, quella foto che mostra i soccorritori praticargli il massaggio cardiaco dice questo. Un precedente, un piccolo indizio a metà degli anni novanta che aveva indotto gli specialisti a fermarlo per quattro mesi. Poi, esami clinici perfetti. Controlli che non facevano che confermare l’abilità all’attività agonistica di Vigor che da allora in poi aveva continuato a giocare. L’avventura olimpica a Pechino 2008, lo conferma un centrale ancora di qualità, di motivazione, di tenacia. Ma a cui il cuore batteva troppo forte. Un problema latente, come ipotizza Andrea Giani a Repubblica. Ma pur sempre un limite per un professionista che rimette ancora in evidenza la necessità di eccedere in prudenza.

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