Ibra, il cuore è uno zingaro (e va)

Un’estate fa, la storia di loro due (Ibra e Guardiola). Poi silenzi, lunghi silenzi (sei mesi). L’insofferenza (non assunse quegli stessi atteggiamenti all’epoca in cui si vociferava del suo trasferimento dall’Ajax alla Juventus?), le pretese, il procuratore delle più brillanti (per lui) operazioni degli ultimi cinque anni che tiene le fila.

Zlatan Ibrahimovic, che inizia da Malmo e da un paese nella penisola balcanica anni prima senza che lui stesso ne abbia memoria, è una storia che non so ancora raccontare. Perché palla lunga e ci pensa Ibra, Ibracadabra, Ibracadaver sono semplificazioni che non afferrano l’uomo che può sancire un risultato senza aver mai vinto – davvero – nulla.

L’inquietudine è forse questa dimensione, in cui si alena l’eterna tensione si sfiora ma non si concretizza nulla di più di un titolo (e sommario) del lunedì panacea di questo male. Lasciare l’Olanda per la Torino sabauda nel feudo degli Agnelli, promettersi al Milan e firmare con l’Inter. Non aggiustarsi con Mourinho e preferirgli Pep che neanche gli parla, stando alle dichiarazioni odierne. E’ una recherche estenuante, un peregrinare continuo in cui non solo il denaro detta tempi e modi. E che lo ha ricondotto a Milano, al Milan.

Zlatan è una storia che non so raccontare. Perché deve ancora accorgersi del suo talento e preservarlo senza lasciare che quel suo temperamento troppo sanguigno lo inquini. Champions, scudetto, Pallone d’Oro vogliono anche riflessione, strategia.

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