La Rai che non c’è (di Mediterraneo, della Melevisione e altre catastrofi)


Scrissi, in tempi non sospetti, che la Melevisione (visitate il sito) era il programma Rai migliore della prima metà degli anni Novanta dal punto di vista autoriale. Dopo aver appreso della chiusura in programma della rubrica di informazione Mediterraneo, si palesa la medesima eliminazione dai palinsesti riuniti di questo esempio di equilibrismo tra narrazione, interpretazione, scrittura televisiva.

L’involuzione culturale dettata dalla ragion di mercato imporrà la cancellazione dalla fascia pomeridiana di quelli che lo snobbismo lessicale evita di definire tv dei ragazzi, L’espressione, a me, invece garba parecchio. E disturba lo sgretolamento dell’azienda che in nome di una strategia di razionalizzazione annulla il GTRagazzi e Trebisonda. Rai Tre non manderà più in onda Il Gran Concerto, trasmissione di musica destinata ai bambini, e i programmi del week end come Il videogiornale del Fantabosco e Mamme in blog.

Il centro di produzione di Torino, da cui si irradiò la rivoluzione mediatica scaturita dall’avvento dell’Uri-Eiar, ospita gli studi in cui si registrano questi programmi che si trasferiranno su Rai Gulp! e Rai Yoyo, i canali verticali dedicati al pubblico di età scolare che la tv di Stato ha predisposto sulla piattaforma del digitale terrestre.

In quel buco, così appetibile, si inseriranno formati più semplici, più generalisti in una programmazione orientata al mercato. La funzione educativa, quella che si ravvedeva nel contratto di servizio, è offuscata. Pronta a spegnersi al tocco di quel tasto rosso sul telecomando.

Una autoesclusione (l’ennesima) dalla Casa della tv di qualità incomprensibile. «La decisione mi è stata comunicata dall’azienda circa un mese fa» ha spiegato Maria Mussi Bollini, capostruttura di Rai Tre per i programmi di bambini e ragazzi. «Non c’è nessuna certezza riguardo la ricollocazione dei programmi sul digitale terrestre: il pericolo è che la Rai disperda il lavoro di anni, in cui è riuscita a dare un’identità di qualità ai programmi per bambini, intesi come tali, e non come mini-divi che partecipano ad una gara di canto o di ballo».

«Stiamo ricevendo tantissime e-mail di solidarietà da genitori e bambini, ma non so nemmeno a chi mandarle in Rai» conclude sconsolata. e i gruppi su Facebook, il social network più social, aumentano.

In una società sempre più schizofrenica, colta in una fase di ricollocazione tra piattaforme nuove o pronte ad essere lanciate, il servizio pubblico stenta a riconoscersi come centro di produzione culturale preferendo che un persistente iperspot vestito da talk detti le regole.

In un’intervista recentissima il professor Aldo Grasso, ordinario di Storia della televisione all’Università Cattolica e critico per il Corrierone, rammenta quanto questo genere si sia evoluto marcando i confini. «L’’identità l’ha trovata da qualche anno con L’albero azzurro, la Melevisione, i personaggi del Fantabosco, cioè quando è nato un centro di produzione dedicato a Torino, in cui si è portato avanti un progetto di ricerca, una proposta creativa calibrata proprio sui bambini e sui ragazzi. E’ stata la prima volta che si è aperto una via italiana alla tv dell’infanzia. Prima di allora non si faceva altro che confezionare programmi televisivi per grandi adattati ai bambini, modello Zecchino d’oro, per intenderci». Una televisione può essere anche una buona maestra. Se la si lascia fare.

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